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Home Medio Oriente e Nord Africa

L’intesa turco-brasiliana per il nucleare iraniano

by Redazione
14 Luglio 2011
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Uno dei punti principali contenuti nell’agenda del vertice sulla sicurezza nucleare, svoltosi a Washington verso la metà di aprile, durante il quale si è cercato di trovare un accordo atto a scongiurare la proliferazione di tutti gli arsenali atomici che potrebbero finire in mano ad organizzazioni terroristiche, riguardava la vexata quaestio del dossier nucleare iraniano.

Tuttavia, nonostante fosse emersa la decisione di intraprendere una serie di nuove sanzioni nei confronti del Paese “canaglia”, l’intesa suggellata dai 47 Paesi presenti al summit aveva visto inaspettatamente l’esclusione di tre.

In primis la Cina che, da macropotenza risoluta a dire la sua, pur confermando il suo impegno a contrastare la proliferazione di detti armamenti, affermava il diritto per tutti ad usufruire del nucleare, esternando simultaneamente la sua propensione al dialogo ed ai negoziati al posto di pressioni e sanzioni.

Ma la sorpresa più grande è venuta da due Paesi desiderosi di ritagliare un proprio ruolo sulla scena internazionale: il Brasile e la Turchia, che, autonomamente intraprendevano la decisione di avviare una nuova e, finora inedita, mediazione con l’Iran.

In breve tempo giungeva, infatti, a Teheran una delegazione di rappresentanti governativi delle imprese del lontano Paese latino-americano. Mentre il Premier turco Recep Tayyip Erdogan in un’intervista rilasciata alla Cnn, dichiarava che non intendeva appoggiare le nuove sanzioni richieste da Obama, giustapponendo fra le altre cose il suo dissenso alla mancata adesione da parte di un altro paese mediorientale detentore di armi atomiche, Israele, al Trattato internazionale di non proliferazione (Tnp). Inoltre, accusando quest’ultimo di essere “la principale minaccia per la pace regionale” in Medio Oriente biasimava la politica dei due pesi e delle due misure adottata dall’Onu. Significativa a tal proposito è stata la diserzione al summit da parte del Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu, il quale temendo di affrontare lo sgradevole argomento preferiva inviare una delegazione. Sta di fatto che fra i due Paesi si sta effettivamente producendo un profondo attrito. Già nel 2009 Erdogan aveva abbandonato il vertice di Davos conseguentemente ad una polemica con il presidente israeliano Shimon Peres inerente all’assedio di Gaza da parte di Gerusalemme. In seguito aveva cancellato un’operazione militare congiunta con le forze aeree ebraiche. Mentre, più recente è la vicenda che ha coinvolto la nave turca Mavi Marmara, bloccata dall’esercito israeliano a settanta chilometri da Gaza. Un “raid pacifista” che è costato la vita di nove civili turchi, la cui reazione immediata è stata quella di gettare ulteriore benzina sul fuoco generando un’escalation della tensione fra Turchia e Israele. L’episodio ha causato danni “irreparabili” ai rapporti bilaterali fra i due Paesi che “non saranno mai più gli stessi”, ha dichiarato il presidente turco Abdullah Gül. Peraltro alla luce di queste evoluzioni appare sintomatica anche la cosiddetta inchiesta “Balyoz”, l’Operazione Martello, condotta nei confronti degli alti esponenti delle Forze Armate turche, accusati di “golpe”. Come noto, in Turchia era proprio la casta militare che intratteneva solide relazioni con Israele.

Un’alleanza, non a caso, costruita sulla base di collaborazioni in campo militare. Questa nuova politica di Erdogan ha, di fatto, messo in crisi i rapporti fra l’esercito, gendarme della laicità, ed Israele. Ritornando al dossier nucleare iraniano, mentre Israele invoca rigide sanzioni internazionali non escludendo l’opzione militare, la posizione di Ankara è quella di riconoscere ad ogni nazione il diritto di sviluppare un proprio programma nucleare per finalità civili. Opponendosi nel contempo, alla proliferazione di armi nucleari in una regione instabile come quella mediorientale. Diciamo che la linea di apertura nei confronti di Teheran così come il tentativo di riportare l’Iran entro un forum di discussione internazionale rientrano innanzitutto nel programma governativo dell’Akp (il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) basato sul principio di stabilire rapporti amichevoli e di cooperazione con i paesi confinanti. Un programma di politica estera formulato dal Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu, artefice della cosiddetta teoria della “Profondità Strategica”. Una dottrina caratterizzata da una politica estera multivettoriale che si fonda sulla riscoperta della funzione stabilizzatrice della Turchia nel Vicino Oriente e in Caucaso. Non vanno sottovalutate tuttavia le strette sinergie in campo economico con il potente vicino. Durante l’inedito sodalizio svoltosi a Teheran, il 17 maggio, dove si sono riuniti i Ministri degli Esteri di Iran, Turchia e Brasile, alla presenza dei rispettivi Presidenti, Mahmoud Ahmadinejad, Luiz Inacio Lula da Silva ed il Premier turco Recep Tayyip Erdogan, è stato sottoscritto un accordo per lo scambio di combustibile. Lo scambio di 1.200 kg di uranio iraniano a basso arricchimento, in cambio di combustibile arricchito per il reattore nucleare a scopi medici di Teheran. Un plauso è venuto dalla Russia che ha definito l’accordo un passo avanti per costruire un processo di fiducia reciproca e da Parigi, con però la premessa che debba essere accompagnato da una sospensione del processo di arricchimento dell’uranio. Ovviamente non ha convinto la Casa Bianca che rimane impaziente ad adottare nuove sanzioni. Da parte iraniana, il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki, a Bruxelles, ha rilasciato una dichiarazione secondo cui, in caso di sanzioni Onu contro Teheran, l’Iran invaliderà l’accordo con il Brasile e la Turchia. Comunque sia, pur prescindendo dell’esito della mediazione, questo passo determina una tale svolta nelle politiche estere dei due Paesi da lasciar trasparire una precisa volontà di autoaffermazione sugli equilibri internazionali. Una sfida, altresì, nei confronti del colosso americano, impensabile fino a qualche tempo fa. Un riflesso della perdita di prestigio che gli Stati Uniti – potenza egemone fino a tempi recenti – stanno subendo a causa delle guerre intraprese e non concluse, nonché dal dilagare della crisi finanziaria.

Ermanno Visintainer

Redazione

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Il "Nodo di Gordio" è un think tank di geopolitica ed economia internazionale, promosso da una équipe di diplomatici, docenti universitari, giornalisti ed analisti in numerose discipline (geopolitica, storia, economia, finanza, politica estera, studi militari, letteratura, arte, marketing, comunicazione e gestione della rete internet)

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