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Manila vs Pechino. Un verdetto inapplicabile

by Redazione
8 Aprile 2020
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Il 12 luglio il Tribunale Arbitrale delle Nazioni Unite all’Aja ha emesso il tanto atteso verdetto riguardante la legittimità delle pretese cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Le dispute in questo tratto di mare sono numerose tanto quanto gli attori coinvolti e vedono fondamentalmente il colosso cinese mettere in discussione il delicato status quo rivendicando sovranità sul tratto di mare incluso nella cosiddetta “Linea dei nove trattini”.

Manila vs Pechino. Un verdetto inapplicabile
In this photo taken on June 15, 2016 a vendor stands behind a map of China including an insert with red dotted lines showing China’s claimed territory in the South China Sea, in Beijing.
Chinese pressure was blamed June 16 for a stunning diplomatic U-turn by Southeast Asian Nations that saw them retract a statement sounding alarm over Beijing’s island building in the South China Sea. China claims nearly all of the South China Sea — a vast tract of water through which a huge chunk of global shipping passes. The Philippines, Taiwan, Brunei, Malaysia and Vietnam have competing claims to parts of the sea, which is believed to harbour significant oil and gas deposits. / AFP / GREG BAKER (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

Questo confine, difeso dall’attuale governo della Cina popolare, risale al 1947, data nella quale la Repubblica di Cina, ossia Taiwan, l’ha fatta propria per rivendicare il controllo di un buon tratto di mare, isole comprese, nell’area. Queste linea di demarcazione è stata ripresa da una precedente che risale ad una mappa del 1935 intitolata “Mappa delle isole cinesi nel Mar cinese meridionale”, pubblicata dal Comitato di controllo delle acque e del territorio della Repubblica di Cina.

La contesa in questo tratto di mare riguarda principalmente le isole Paracelso, Spratly, Pratas, la barriera di Scarborough e vede contrapporsi oltre alla RPC Vietnam, Malaysia, Brunei, Taiwan e le Filippine. Manila, importante alleato degli Stati Uniti nell’area, si è spesso scontrata con Pechino nelle aree contese; vari sono stati gli incidenti e le prove di forza tra i due attori come, ad esempio, nel 2012 quando la Marina militare cinese ha messo in atto manovre provocatorie nelle acque che circondano la barriera di Scarborough, che Manila sostiene essere parte integrante del proprio territorio. Proprio questo tipo di approccio del gigante asiatico, che tenta di intimorire gli Stati rivieraschi affinché accettino il nuovo corso, ha indotto le Filippine a rivolgersi al Tribunale Arbitrale.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) prevede un arbitrato obbligatorio in caso di disputa tra nazioni ma non contempla le questioni territoriali. Il governo filippino, per evitare di vedere invalidata la propria causa ancor prima del dibattimento, ha portato la questione ad un livello più generico e prettamente marittimo, ossia la validità legale delle “nove linee tratteggiate” stabilite da Pechino per delimitare la propria sovranità marittima ma non riconosciute dai Paesi rivieraschi che rivendicano la propria sovranità in quel tratto di mare.

Punto cardine della strategia legale cinese era far sì che alle varie isole artificiali ed atolli, che ha ampliato ed occupato, venisse riconosciuto lo status di “isole”, così da avvalorare le sue pretese nell’area e ampliando la propria Zona Economica Esclusiva a 200 miglia nautiche intorno ad esse. La ZEE è un tratto di mare in cui uno Stato ha diritti sovrani nella gestione delle risorse naturali, giurisdizione in materia di installazione ed uso di strutture artificiali e ricerca scientifica ma che deve essere formalmente riconosciuta dalla comunità internazionale.

Le Filippine puntavano invece a far riconoscere al tribunale tali isole come semplici “rocce” in modo tale che il tratto di mare territoriale cinese intorno a queste isolette sia limitato alle 12 miglia nautiche previste in questi casi. Inoltre Manila chiedeva al tribunale di dichiarare chiaramente che le attività di bonifica e creazione di nuove isole da parte della Cina non dovrebbe andare a modificare lo status quo in questo mare come invece Pechino vorrebbe. Altre carte del governo filippino sono state la messa in discussione delle ragioni storiche esposte dalla Cina per avvalorare le sue pretese (inclusi i diritti di pesca) oltre ai limiti fissati dalla Convenzione e l’accusa di deturpare l’ambiente, pescando specie protette, e danneggiare la barriera corallina all’interno della ZEE filippina.

La Corte dell’Aja ha dato ragione a Manila sancendo che la Repubblica Popolare Cinese non ha alcun diritto storico sulle isole contese. Dal punto di vista giuridico la sentenza della Corte di arbitrato è vincolante ma Pechino, come aveva già dichiarato in precedenza, ha rinnegato il verdetto in quanto in contrasto coi propri interessi, e ciò che intende fare è semplicemente ignorare la sentenza. Inoltre in una nota rilasciata dal Ministro degli Esteri cinese si è fatto riferimento al possibile “intervento esterno” sottolineando che la RPC “non accetterà alcuna intesa imposta alla Cina da parti terze” e che “la sovranità territoriale ed in diritti navali nel Mar Cinese Meridionale in nessuna circostanza potranno essere intaccati da queste sentenze, sulla base delle quali non sarà mai riconosciuta alcuna rivendicazione”.

La questione verte ora sulle conseguenze di tale rifiuto. Se la Cina venisse “punita” in qualche modo dalla comunità internazionale essa potrebbe semplicemente ripudiare l’UNCLOS. Pechino si è già mossa per ottenere svariati sostegni internazionali in Africa e in Asia a favore della propria posizione sulla vicenda. Inoltre una Cina “umiliata” giuridicamente e sanzionata economicamente potrebbe causare molti danni. Pechino potrebbe accelerare il processo di bonifica e militarizzare ulteriormente la zona aumentando la già alta tensione nell’area, per quanto il presidente Xi Jinping abbi già sottolineato il fatto che il suo paese non ha intenzioni bellicose. Già prevedendo una possibile escalation il presidente filippino Duterte ha dichiarato che è disposto a parlare con Pechino per migliorare i rapporti tra le due potenze ed evitare nuovi incidenti.

Dal punto di vista cinese la questione è sia economica che geostrategica. Uno dei due progetti commerciali su cui Pechino punta è “la via marittima della seta del XXI secolo” (l’altro, terrestre, è “la cintura economica della via della seta”) che colleghi le coste cinesi al mediterraneo passando per lo Stretto di Malacca, l’India e l’Africa. Se gli Stati Uniti o i loro alleati nel Pacifico mettessero in atto un embargo marittimo contro la Cina la sua economia ne sarebbe gravemente danneggiata, da qui ci si ricollega alla dimensione geostrategica. Le coste cinesi si distendono per 14 mila chilometri e questo è un punto debole per il Paese, storicamente è dal mare che sono arrivate le peggiori umiliazioni e sconfitte militari, basti pensare alle Guerre dell’Oppio contro l’Inghilterra e le guerre sino-giapponesi, inoltre i principali centri politici ed economici si trovano proprio sulla costa, Pechino, Hong Kong, Shanghai, da qui la necessità di una maggiore profondità strategica allargando i propri confini marittimi.

Questa sentenza non altererà minimamente la ricerca di sicurezza cinese ne la sua capacità di proiezione marittima nel mondo ma potrebbe aver intaccato, seppur in minima parte, la credibilità di Pechino come potenza marittima responsabile ed affidabile, o almeno è ciò che auspicano i suoi principali rivali nell’area che non stanno nella vicina Manila ma nella ben più lontana Washington.

Gianluca Padovan
Esperto di problematiche russe, iraniane ed asiatiche

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tags: cinaFilippineMar Cinese Meridionale
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