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La rivoluzione non è un pranzo di gala

by Redazione
2 Aprile 2020
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C’è poco da fare, il vecchio MaoTse-Tung, uso nostalgicamente la vecchia trascrizione sessantottina, non era proprio un bischero. Non solo per aver gettato le basi del modello capitalistico cinese, Geminello Alvi ne ha fatto un’analisi illuminante, con tanto di tragedie di massa, il “Grande Balzo in avanti” alla fine degli anni Cinquanta, per non parlare della “rivoluzione culturale” che da noi conta molti orfani in sonno, mentre l’Italia celebrava il suo boom e dimenticava l’umiliazione della guerra perduta. È, comunque la si pensi, un gigante storico, rifuggo dalle classificazioni del bene e del male ad uso dei vincitori, capace di rappresentare con una frase icastica il senso di un progetto e di un’azione politica ed anticipare lo stesso modo di comunicare degli odierni social. Lo aveva capito bene Andy Warhol, il cui celeberrimo ritratto di Mao è stato battuto all’asta di Sotheby’s nel 2014 per 6,7 milioni di sterline.

Arrivo al punto. La Politica non è un giuoco di società, ecco il mio aforisma. In questo tempo sospeso di “domiciliari”, impegnato a scansare la narrazione mediatica confusa e contraddittoria sul Coronavirus, soprattutto le comparsate degli esperti, ma senza riuscire a sottrarmi allo spirito dei tempi, la mia attenzione viene calamitata dalle dichiarazioni politiche sull’egoismo germanico – il bazooka da 750 miliardi che comprende un deficit da 156 miliardi per il 2020 – che chiedono un radicale cambio di alleanze, di tanti dissociati che fino ad ieri praticavano uno sguaiato tifo europeista. In particolare di personaggi che hanno rivestito un ruolo di punta negli ultimi trent’anni di vita italiana, avendo beneficiato del regime change del 1992-93, come si usa dire con terminologia edulcorata, provocato da quell’arma di distrazione di massa, vecchia come il mondo, che è la questione morale. 

Francamente mi pare troppo, anche per uno che si ostina a predicare che la Politica, continuo a scriverla con la P maiuscola, non la si fa con la pancia; ma nemmeno però senza le categorie che nascono da una conoscenza da manuale dei processi storici che si dispiegano in una consequenzialità in cui i salti sono comunque il prodotto di azioni tutt’altro che improvvisate ed estemporanee. 

Tralascio ogni considerazione sulla pandemia, che sta assumendo oggettivamente le forme di un esperimento sociale epocale, per concentrarmi sul quadro euro-mediterraneo, di cui l’Italia è l’asse mediano. Siamo in un cul-de-sac, il francesismo non è casuale, di cui è bene prendere coscienza invece di illuderci ed illudere che possiamo uscirne con un coup de théâtre, sempre in onore al nume tutelare del momento, Macron. Paghiamo lustri di arrendevolezza politica e di perdita di posizioni burocratiche strategiche a Bruxelles, Draghi ha un profilo cosmopolita, la stessa buona tradizione diplomatica ha seguito il progressivo rattrappimento della nostra presenza nello scenario fondamentale del Mediterraneo. Sono ormai lontani i tempi del nostro ruolo forte da Fanfani a Craxi, la Libia è l’esempio più eclatante di una difficoltà diffusa, che, come nel caso della Siria, è frutto di errori di valutazione gravissimi che ci hanno portato, sposando le primavere arabe, ad essere estromessi dai tavoli che contano.
E l’ENI per fortuna è una grande compagnia che risponde a logiche soltanto in parte italiche. 

Abbiamo accettato passivamente, per puntellare le posizioni di rendita delle élite e delle caste domestiche, la politica del rigore teutonica – Bail-intesta – e la revanche post coloniale dei nostri cugini, irridendo, senza capirne la lezione, a Trump e a Boris Johnson ed ammiccando senza pudore agli aiuti pelosi della Cina Popolare, fino a farci commuovere dalla dignità del premier albanese Edi Rama e nascondere così il vuoto geopolitico che abbiamo lasciato nei Balcani. Ed oggi, questi signori di fronte al fallimento del sistema di alleanze che ha come perno l’Europa e la Germania, ma non della politica di potenza guglielmina di quest’ultima, invocano una correzione di rotta ben sapendo, lo spero, che l’unica via d’uscita è un compromesso che salvi la faccia a tutti. Sia esso quello proposto implicitamente dal nostro commissario europeo Gentiloni, bond dell’UE per progetti ad hoc, siano gli eurobond di Tremonti, ma in questo caso si tratterebbe di una vittoria.

“Tornate alle vostre superbe ruine…”, verrebbe voglia di chiudere ad effetto col Manzoni, ma non dispero, a patto tuttavia di smettere di frignare e di addossare agli altri, ai cattivi, il frutto amaro del nostro incorreggibile opportunismo travestito da pietas, e qui le responsabilità dell’egemonia catto-comunista, Chiesa in primis, sono enormi. 

Il multipolarismo succeduto alle Guerra fredda, coi nuovi popoli affamati di benessere e con una turbofinanza che ha spazzato via la transizione “riformista” all’economia di mercato del vecchio blocco sovietico, veste i panni della più feroce competizione geopolitica e basta una generazione, come ci insegna Jared Diamond nel suo “Il mondo fino a ieri”, per trasformare usi e costumi radicati.

La Politica ha bisogno di tempo, è un filo di lenta ma costante tessitura con un telaio solido e mani abili, non si improvvisa e non va abbandonata senza guida alla volubilità delle moltitudini dei consumatori, se non vogliamo che le libertà faticosamente conquistate arretrino ancora a favore del dominio della finanza. Non è un pranzo di gala appunto.

Gianni Bonini
Senior fellow think tank “Il Nodo di Gordio”

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tags: Coronaviruspolitica
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Il "Nodo di Gordio" è un think tank di geopolitica ed economia internazionale, promosso da una équipe di diplomatici, docenti universitari, giornalisti ed analisti in numerose discipline (geopolitica, storia, economia, finanza, politica estera, studi militari, letteratura, arte, marketing, comunicazione e gestione della rete internet)

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