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Dilemma yemenita

by Andrea Marcigliano
22 Gennaio 2015
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Washington spera di usare i ribelli sciiti contro i Santuari yemeniti di Al Qaeda. Tuttavia molti temono che questo possa favorire l’espansionismo iraniano. Le paure dei Sauditi

La vittoria dei ribelli sciiti – in realtà appartenenti alla confessione zaidita – in Yemen sta ponendo Washington di fronte ad un dilemma non di poco conto. Da un lato infatti i guerriglieri Sciiti, con la loro affermazione, possono rappresentare un importante contrappeso ai radicali wahabiti e salafiti che controllano il sud del paese, dove Al Qaeda ha quelle che, oggi come oggi, sono forse le sue più importanti basi operative. Tant’è vero che gli stessi attentati di Parigi sono stati rivendicati dal ramo yemenita della rete terroristica fondata da Osama bin Laden. Ed è da tempo, ormai, che gli States guardano con crescente preoccupazione alla presenza dei santuari jihadisti in Yemen, contro i quali, per altro, già vi sono stati alcuni, sporadici, raid con droni. Inevitabile, quindi, che a Washington vi sia chi caldeggi l’idea di utilizzare la rivolta sciita per assestare un colpo al cuore dei Santuari di Al Qaeda.

YEMEN-CONFLICT-POLITICS
Shiite Huthi militiamen wearing uniforms confiscated from the Yemeni army stand at a barrier in the area around the house of the country’s president in the capital Sanaa, on January 22, 2015. Shiite militiamen maintained a tight grip on Yemen’s capital today with fighters deployed around the presidential palace despite a deal to end what authorities termed a coup attempt. President Abdrabuh Mansur Hadi’s abducted chief of staff remained in the hands of the Huthi militia, which seized control of most of Sanaa in September after sweeping south from its stronghold in the northern highlands. (GAMAL NOMAN/AFP/Getty Images)

In buona sostanza un’ennesima applicazione di quella “strategia bizantina” – far combattere i propri nemici gli uni contro gli altri – che tanto sembra piacere all’Amministrazione Obama. E infatti nell’ultimo Discorso sullo Stato dell’Unione, Obama ha parlato della necessità prioritaria di colpire e debellare la minaccia del terrorismo jihadista. Tuttavia – ed è questo l’altro corno del dilemma – i ribelli zaiditi dello Yemen vengono considerati, da molte fonti di intelligence, troppo legati a Tehran, dove la strategia della Guida Suprema Khamenei mira, appunto, ad unire tutti i diversi rivoli della diaspora sciita. Tra i quali, appunto, gli zaiditi yemeniti. Ora, un’influenza, se non un diretto controllo iraniano sull’antica Arabia Felix potrebbe, in prospettiva, rappresentare una minaccia per gli interessi statunitensi molto maggiore di quella, oggi, delle basi di Al Qaeda. Infatti Teheran potrebbe così esercitare un controllo strategico sull’accesso al Mar Rosso e quindi su una delle vie marittime e commerciali cruciali. E, soprattutto riuscirebbe ad accerchiare a sud l’eterno rivale saudita. Senza contare che la vittoria di un gruppo sciita nello Yemen potrebbe portare alla reazione a catena, suscitando rivolte sciite latenti in tutta la Penisola Araba, dal Bahrein alla costa orientale del Regno Saudita.

Andrea Marcigliano

Senior fellow 

Tags: Al QuaedaIranYemen
Andrea Marcigliano

Andrea Marcigliano

Andrea Marcigliano è nato a Mestre-Venezia il 28-12-1957. Saggista e scrittore da anni collabora a giornali e riviste culturali, occupandosi (prevalentemente) di filosofia politica e scenari geo-politici internazionali. Accanto a questo mantiene vivi i suoi interessi più squisitamente letterari e filosofici, visti gli ormai antichi studi di Lettere Classiche – a Trieste, con laurea in Storia delle Religioni – ed il fatto che insegna Italiano e Latino nel Liceo. Saggista e scrittore, ha pubblicato “Segni del Tempo”, “I figli di Don Chisciotte”, “Ritorno ad Atene”, “Il suicidio della Destra” (e-book); ha collaborato a numerosi volumi di studi, tra i quali ama ricordare “Ezra Pound perforatore di roccia”, “Jünger cioè il coraggio”; “Ideario europeo”, “Studi su Fernando Pessoa”. Suoi scritti sono apparsi in inglese, russo, spagnolo, portoghese, turco, azero e kazako. È Senior fellow del think Tank di Studi Geopolitici “Il Nodo di Gordio”, e collabora all’omonima rivista ed al Web Magazine. Per il Centro studi “Vox Populi” ha già collaborato ai volumi: “Imperi delle Steppe”, “Porte d’Eurasia”, “La profondità strategica nel pensiero di Ahmet Davutoglu”, “Viandanti fra due mondi”, “Da Bajkonur alle stelle. Il Grande Gioco nello spazio”, “La chiesa apostolica Albana” e, con Ermanno Visintainer scritto a quattro mani “L’Aquila nel Sole”, di cui è in corso di pubblicazione l’edizione russa. Vive a Roma.

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