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Il premier Conte alla presentazione della Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia 2019

by Redazione
16 Ottobre 2019
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Alla presenza del premier Conte e del ministro Fioramonti è stata presentata presso il Consiglio nazionale delle ricerche la Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia 2019

Un rapporto contenente analisi e dati di politica della scienza e della tecnologia, che l’Ente mette a disposizione di Governo, Parlamento e opinione pubblica. All’evento, che si è svolto presso la sede centrale dell’Ente, hanno partecipato tra gli altri il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro dell’Istruzione, università e ricerca scientifica (Miur) Lorenzo Fioramonti, il presidente della Crui, Gaetano Manfredi, il presidente del Cnr Massimo Inguscio e i curatori della Relazione, Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi. Tra le autorità presenti: le ministre Elena Bonetti, Pari opportunità, e Paola Pisano, Innovazione tecnologica, e numerosi Rettori e Presidenti degli Enti di Ricerca.

In Italia, la spesa per Ricerca e Sviluppo (R&S) in rapporto al Prodotto interno lordo (Pil) è in lieve ripresa, passando dall’1,0% del 2000 a circa l’1,4% del 2016, grazie anche all’interruzione del trend di diminuzione degli stanziamenti pubblici. Restiamo tuttavia posizionati in fondo alla classifica dei paesi europei, dove il rapporto tra investimenti in R&S e Pil è quasi del 2%.

La quota dei ricercatori in rapporto alla forza lavoro, pur rimanendo ben al di sotto di quella degli altri paesi europei e distanziandosi ancora di più dalla media Ue, è costantemente cresciuta nell’ultimo decennio. Dal 2005 al 2016 i ricercatori sono aumentati di circa 60.000 unità. Tra i settori istituzionali, la crescita più rilevante si è registrata nelle imprese private: i dati più recenti mostrano una tendenza in atto che avvicina questo settore per numero di ricercatori all’università: quest’ultima rimane ancora l’area maggiore, con 78.000 addetti contro i 72.000 delle imprese, ma nell’università il numero complessivo è pressoché stazionario nel tempo.

Confrontando l’età dei ricercatori, la Relazione evidenzia come nell’università italiana gli over 50 superano la metà dei docenti, mentre nel Regno Unito e in Francia sono, rispettivamente, il 40% e il 37%. L’età media dei docenti italiani è di quasi 49 anni e quella dei ricercatori negli Epr è di 46.

“La sfida della scienza passa anche per politiche orientate ad un futuro, che è già presente, in cui si realizzino le necessarie sinergie tra ricerca, tecnica, ambiente, patrimonio culturale: rafforzando così un patto che è iscritto nella nostra stessa Costituzione e che cerca di produrre, senza discriminazioni, benefici per le donne e per gli uomini”, osserva il presidente del Cnr, Massimo Inguscio. “Le donne e gli uomini che lavorano nella ricerca devono anche essere protagonisti di una politica di reclutamento adeguata. Siamo riusciti a non disperdere le competenze sviluppatesi negli anni, stabilizzando in modo molto significativo il lavoro precario, a far ripartire un nuovo reclutamento con concorsi nazionali competitivi organizzati per aree strategiche, a realizzare promozioni meritocratiche. Centrale sarà d’ora in poi una politica di investimento che consenta un reclutamento regolare e programmato ed eviti il prodursi di nuovo precariato”.

Per quanto riguarda la produzione scientifica, si conferma il quadro positivo della precedente Relazione: la comunità dei ricercatori italiani produce una quantità di pubblicazioni significativa e in crescita: sia come quota mondiale (quasi il 5% nel 2018), sia per qualità, attestata dalle citazioni medie ricevute per pubblicazione, che nel biennio 2017-18 sfiorano l’1,4. Una produzione scientifica analoga a quella della Francia, la quale però conta su un numero di ricercatori più elevato rispetto al nostro paese.

L’Italia continua a essere un partecipante attivo dei Programmi Quadro Europei, compreso Horizon 2020, conseguendo nel primo triennio del programma europeo settennale in corso l’8,7% dei finanziamenti: una quota però distante da quella dei finanziamenti ottenuti dai maggiori paesi europei quali Germania (16,4%), Regno Unito (14,0%) e Francia (10,5%). “Ci sono margini di miglioramento che rendono necessario perseguire politiche strategiche. Per aumentare il tasso di ritorno dell’investimento europeo, occorre pensare a sostegni amministrativi, ad incentivi per chi presenta domande, favorendo la collaborazione pubblico-privato e l’innovazione, e coinvolgendo maggiormente idee e proposte dei giovani ricercatori”, osservano Daniele Archibugi e Fabrizio Tuzi, ricercatori Cnr tra gli autori della Relazione.

Patrizio Mignano

Tags: cnrConteFioramontiinnovazionerelazionericerca
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Il "Nodo di Gordio" è un think tank di geopolitica ed economia internazionale, promosso da una équipe di diplomatici, docenti universitari, giornalisti ed analisti in numerose discipline (geopolitica, storia, economia, finanza, politica estera, studi militari, letteratura, arte, marketing, comunicazione e gestione della rete internet)

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