
Noi siamo cresciuti con l’idea che l’Unione Europea, con la sua denominazione frequentemente aggiornata negli anni per renderla una visione formalmente sempre più stringente, rappresentasse un obiettivo certo della nostra politica e dell’azione diplomatica a seguire.
Certamente sono stati fatti passi importanti in quella direzione ma, come tutti sappiamo, siamo da tempo arrivati ad un punto di stallo in cui progressi non se ne fanno più e si verificano invece passi indietro. O quantomeno si registra la diffusa percezione che abbiamo a che fare con un organismo lontano, incompetente ed impotente. Una sorta di ONU, insomma, di cui ignoriamo perfino chi ne sia la guida.
Ci avevamo creduto tutti, più o meno beninteso, soprattutto come atto fideistico perché la ritenevamo necessaria per evitare guerre, progredire, essere più assertivi nel mondo. Ma quando all’alba di questo sogno ci siamo svegliati, abbiamo dovuto constatare che le cose non stavano così. Le guerre continuavano, lo sviluppo economico stava venendo meno, nel mondo contavamo pochissimo e per di più non eravamo in grado di far fronte a problemi che avremmo invece dovuto affrontare energicamente come l’immigrazione clandestina che sta snaturando il volto del nostro continente.
Abbiamo quindi ricominciato a parlare del concetto di “nazione”.
Prima timidamente, perché la pervasività del politicamente corretto ci impediva perfino di nominarla. Poi sempre più diffusamente, sia pure con la cautela che ci imponeva di non citarla a voce troppo alta per non disturbare i manovratori internazionalisti e globalisti di casa nostra e del resto del mondo.
Dovendoci portare addosso la croce di nazionalisti impresentabili che ci sarebbero stati rinfacciati anche a distanza di tre generazioni perfino dagli eredi di Stalin, occorreva individuare la copertura politica di personaggi inattaccabili, e tra questi spicca a pieno titolo un grande presidente francese come Charles De Gaulle. Avendo fatto la mia tesi di laurea sulle sue idee di politica estera, e per di più avendo avuto come relatore un accademico di marcata fede socialista, il professore Di Nolfo, questa operazione non mi è stata difficile.
De Gaulle è stato sempre animato da una visione della storia in cui le “nazioni” sono i valori fondamentali: nazione come valore supremo anche se ciò non implica affatto una concezione aggressiva nei rapporti internazionali. In linea di principio egli approvava l’idea di dotare l’Europa di una organizzazione comune ispirata da una medesima politica. Del resto, le dimensioni ridotte degli Stati del Vecchio Continente, la loro comune civiltà, le istituzioni consimili, lo permettevano e, in una certa misura, lo esigevano. Al tempo stesso la costruzione europea rappresentava la possibilità di affrancare l’Europa dalla supremazia americana. Ma a tal fine occorreva tenerne fuori la Gran Bretagna, che egli definiva “il cavallo di Troia” degli Stati Uniti, e includervi due potenze che della storia europea hanno sempre fatto parte, Russia e Turchia: l’Europa dall’Atlantico agli Urali, per l’appunto.
L’America di Trump ci sta dando una grossa mano. Fino a poco fa essa abbatteva le proprie statue, ma era ancora niente di fronte alla follia negazionista di quel che accadeva nelle scuole, nelle università, nei media e nel mondo dorato di Hollywood. La rivoluzione americana è stata riveduta, corretta e riscritta da giornali come il New York Times o il Washington Post. Di tutto ciò si è fatto politicamente interprete il Partito Democratico americano, guidato da una generazione di militanti radicali bianchi e ricchi che vive nelle grandi città costiere ignorando l’America di mezzo. Quell’America che li ha elettoralmente puniti consentendo a Donald Trump di riequilibrare le follie dell’ideologia woke.
Grazie anche alla spinta americana, i popoli europei hanno cominciato a reagire, consapevoli del solco crescente e crescentemente insopportabile con le èlites del proprio Paese: lo abbiamo registrato anche alle ultime elezioni europee. Naturalmente queste èlites tentano di costruire intorno al voto popolare una sorta di cordone sanitario: le idee alternative e il dissenso sono trattati come malattie pericolose che vanno contenute affinché non causino un’epidemia. Quindi si evocano gli anticorpi della democrazia vista da sinistra in cui la falsa comunicazione fa le veci dei vaccini.
Per cui, il riscaldamento globale prodotto dall’attività umana non può essere messo in discussione, le migrazioni non possono essere contenute, i delitti commessi dagli immigrati vanno bonariamente giustificati, il merito deve cedere il passo al colore della pelle e alla fluidità di genere, le religioni altrui vanno rispettate ma non quella dei nostri antenati, la destra non esiste perché esiste solo l’estrema destra, la pace può essere fatta solo se “giusta” (ma giusta per chi?), e così via.
Mentre noi dobbiamo combattere contro queste assurdità, e quindi con gli avversari interni dei nostri Paesi che sono i più pericolosi, i nodi nello scenario internazionale sono venuti al pettine. È fallita la strategia liberale che credeva di poter omogeneizzare nell’universo atlantico, in virtù della globalizzazione, Paesi come Cina, Russia, Indonesia, India e la stessa Turchia, procedendo alla loro desovranizzazione. Sono comparsi i BRICS, i BRICS allargati, il G20, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, ed ogni Stato ha rivalutato i propri interessi nazionali.
Ferma restando la NATO che ha una sua specifica valenza, l’Occidente ha perso almeno in parte il suo significato profondo perché ci sono interessi americani e ci sono interessi europei e non è detto che coincidano, come non coincidono gli interessi all’interno dell’Unione Europea. Del resto, Oswald Spengler aveva scritto sul tramonto dell’Occidente più di un secolo fa.
E allora quale Europa vogliamo?
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la politica non è in grado, per ragioni storiche e pratiche manifestamente insormontabili, di creare un’Europa federale unita. Settant’anni di esperienza in tal senso dovrebbero convincere anche le menti più ostinate. L’Unione Europea com’è oggi non la vogliamo più, e non la vogliamo più proprio perché da europei, fieri di esserlo, vogliamo un’altra Europa. Morta un’Europa se ne fa un’altra.
Noi vogliamo l’Europa delle Patrie di cui De Gaulle è stato il padre spirituale, una confederazione con alcune istituzioni in comune anche in materia di politica estera, di sicurezza ed economica, ma in cui ciascuno Stato membro mantenga piena sovranità. Un’Europa in cui il popolo sia chiamato a pronunciarsi non solo per eleggere opachi e sconosciuti rappresentanti, che va costruita giorno dopo giorno attraverso quelle forze politiche che aderiscano alle nuove idee che dovranno ispirarla. E che oggi si profilano vincenti anche sul piano elettorale. Il lavoro comincia da subito per irradiarsi dal Nodo di Gordio al resto della società civile. Per parafrasare il Bollettino della Vittoria, i resti di quella che fu la vecchia Europa di Bruxelles risalgono senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Carlo Marsili
Ambasciatore
Senior fellow Fondazione “Nodo di Gordio”
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