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Home Global Watch

Russia e Occidente: la difficile conciliazione

by Redazione
1 Dicembre 2014
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L’Ucraina è solo uno degli ultimi teatri di contesa fra Russia e Occidente. Le loro relazioni stanno attraversando la fase più critica dell’era post-bipolare e tutto ciò avviene per una serie di ragioni. Sicuramente i fattori che limitano la distensione e il dialogo fra queste potenze sono rintracciabili sia nelle manovre geopolitiche di Vladimir Putin, sia le tendenze di realpolitik di Stati Uniti e NATO, interessati a ricoprire sempre ruoli da protagonisti nelle aree più strategiche del pianeta (Medioriente, Europa orientale, Asia). I tentativi di espansione della NATO, ormai giunta ai confini russi, e il sostegno americano alle forze politiche filo-occidentali in Ucraina e Georgia, hanno riacceso in Russia sentimenti di profonda dissidenza nei confronti dell’Occidente. Alla luce dell’annessione russa della Crimea e dell’instabilità politica e sociale instauratasi in Ucraina, i rapporti Russia-Occidente si sono ulteriormente deteriorati, al punto che ormai parlare di una nuova guerra fredda è diventata questione di routine. Il ruolo della NATO in Europa è tornato nei “laboratori” di numerosi analisti internazionali, che s’interrogano sull’eventualità secondo cui l’Alleanza Atlantica torni alle proprie radici storiche, diventando nuovamente strumento di difesa e contenimento della Russia. Tuttavia, la cooperazione tra la Russia e l’Occidente non è del tutto precipitata, lo dimostrano i recenti tentativi congiunti di coordinare alcune questioni globali, fra tutti il programma nucleare iraniano. Tuttavia è evidente la persistenza di un clima di tensione e diffidenza reciproca.

RUSSIA-UKRAINE-POLITICS-CRISIS-NATO
Russia’s President Vladimir Putin (C) chairs a Security Council meeting at the Kremlin in Moscow, on June 19, 2014. NATO reported yesterday another build-up of Russian forces near Ukraine as its new president put in place key pieces of his pro-Western government and embraced an EU trade pact that has been bitterly fought by the Kremlin. (ALEXEI NIKOLSKY/AFP/Getty Images)

 

Perché Putin non vuole perdere l’Ucraina

Così come ogni orientamento in politica estera è influenzato da ragioni domestiche, anche le strategie geopolitiche di Vladimir Putin hanno le loro radici in fattori interni. Con ciò non si vuole far solo riferimento all’obiettivo del Presidente di consolidare il proprio potere interno, altrimenti il Cremlino non avrebbe mai optato l’annessione della Crimea, giacché non era difficile aspettarsi come reazione occidentale l’adozione di sanzioni economiche contro Mosca. Putin e i suoi collaboratori politici tendono sostanzialmente ad assumere una linea anti-occidentale nel perseguire gli interessi nazionali della Russia. Il background personale che il Presidente russo maturò quando lavorava nei servizi segreti sovietici ha contribuito a solidificare nel Cremlino l’idea che gli interessi russi e quegli occidentali si sovrappongono di tanto in tanto e sono posti su una linea di strutturale e continua concorrenza, soprattutto nello spazio dell’ex Unione Sovietica. È risaputo che il capo del Cremlino sia un uomo nostalgico dell’URSS – struttura economica a parte – di conseguenza non è difficile scorgere il suo desiderio di costruire un’unione politica euroasiatica, che tenga unite le repubbliche dell’ex Unione Sovietica, fra le quali appunto l’Ucraina. Partendo da questo presupposto è più facile comprendere l’attrito sorto fra Russia e Occidente nella vicenda ucraina.

Il 2008 è da considerarsi uno spartiacque nelle relazioni fra NATO e Russia. Nel summit NATO di Bucarest tenutosi nell’aprile di quell’anno, l’amministrazione Bush sostenne la possibilità di ammettere Georgia e Ucraina nell’Alleanza. Di fronte allo scetticismo franco-tedesco dovuto al timore di una reazione negativa della Russia, si giunse a un compromesso: l’Alleanza avrebbe gradualmente iniziato ad appoggiare le aspirazioni delle due Repubbliche di entrare a far parte della NATO1. Questa strategia suona ancora come una minaccia vera e propria per Putin, riesumando i ricordi della Francia napoleonica e della Germania nazista, lanciate nelle conquiste di una Russia che utilizzava proprio il cuscinetto ucraino come scudo di protezione. Il rifiuto del Premier ucraino Janukovyc, nel novembre 2013, di sottoscrivere un accordo di associazione con l’Unione Europea diede il via alla rivoluzione arancione, che ha fatto precipitare ineluttabilmente l’Ucraina in un terreno di contesa fra Russia e Occidente. La tesi di fondo è che Putin stia contrastando uno spostamento di campo di Kiev non solo perché si sente minacciato da una NATO alle sue porte, ma anche perché ciò ostacolerebbe le proprie ambizioni geopolitiche in Eurasia. Tuttavia sembra che il Presidente russo non abbia giocato al meglio le proprie carte per non vedersi sfumare i piani che intende realizzare. Avendo capito che costringere Janukovyc a rifiutare un accordo di associazione con l’Unione Europea per far rientrare Kiev nella propria orbita geopolitica si è rivelata una tattica inefficace, ha in seguito puntato alla destabilizzazione dell’Ucraina orientale, finanziando e sostenendo gli obiettivi dei separatisti filorussi. Le elezioni tenutesi in Ucraina lo scorso 26 ottobre, vinte dai partiti filoeuropei, hanno dimostrato la volontà di Kiev di procedere lungo la via dell’integrazione con l’Occidente, segnando un duro colpo per la Russia. Il problema è che Putin tende a considerare l’Occidente come un nemico, rendendosi artefice di una continua opposizione, invece di incoraggiare la crescita dell’economia del proprio Paese, vista l’incapacità di Mosca di reinvestire i proventi del gas nella modernizzazione d’industrie e infrastrutture.

 

La lotta all’IS come possibile punto di ripartenza

Lo scorso ottobre alcuni cacciabombardieri russi hanno sorvolato l’Atlantico e il Mar nero, provocando irrimediabilmente la risposta di Jens Stoltenberg, neo Segretario Generale NATO, che ha denunciato Mosca di aver svolto un’attività “significativa e insolita” nello spazio aereo europeo2. I punti di frizione non sono mancati neanche in Medioriente. Prima del fallimento sull’intesa del programma nucleare iraniano, la Russia ha raggiunto un accordo con Teheran per fornire materiale combustibile ai reattori nucleari iraniani. Il rischio che si corre è che le capacità nucleari dell’Iran potrebbero comportare un generale riarmo in tutto il Medioriente, con il pericolo di alimentare, fra gli altri, anche il conflitto interreligioso fra sunniti e sciiti. Inoltre il supporto di Putin ad Assad in Siria ha rischiato lo scorso anno di scatenare un conflitto globale, oltre ad aver provocato un’escalation di violenza che ha rafforzato ambizioni e capacità dell’IS, ora probabilmente la più grande minaccia alla sicurezza internazionale.

È proprio da quest’ultimo punto che Russia e Occidente, NATO in particolare, possono ripartire per avviare una nuova distensione dei loro rapporti. Queste potenze non dovrebbero considerarsi reciprocamente come nemici, e la loro priorità dovrebbe essere quella di contenere anzitutto i conflitti, il terrorismo e tutti gli altri tipi di minacce globali, iniziando a sviluppare varie forme di cooperazione per ridurre le tensioni. In fondo democrazia, pace e stabilità in Medioriente come in Ucraina sono nell’interesse di tutti.

Andrea Ursi

Follow @ursi_andrea


1 Mearsheimer John, Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault: The Liberal Delusions That Provoked Putin, Foreign Affairs, Vol. 93, N.5, 2014, p. 79.

2 Russian Air Maneuvers Over Europe Pose Risk, Official Says, www.defense-aerospace.com

 

Tags: crisi ucrainaISNATORussiavladimir putin
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Il "Nodo di Gordio" è un think tank di geopolitica ed economia internazionale, promosso da una équipe di diplomatici, docenti universitari, giornalisti ed analisti in numerose discipline (geopolitica, storia, economia, finanza, politica estera, studi militari, letteratura, arte, marketing, comunicazione e gestione della rete internet)

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